Non più single- Versione intera «

lunedì, 26 novembre 2007 - In ---> non più single «

 

Mara si sentiva come se la cocacola le scorresse nelle vene al posto del sangue. Frizzante. Si muoveva da un punto all’altro senza ragione. Afferrava gli oggetti e li rimetteva sempre in un posto diverso ma mai nel loro. Le gambe ballavano da sole dentro ai pantaloni e le braccia fendevano l’aria come aquiloni col filo spezzato. Era elettrizzata come una bambina che avesse appena ricevuto un dono a lungo desiderato. Una cucina di plastica col forno che cuoce davvero o una casa per le bambole con l’impianto elettrico e l’ascensore che si aziona tirando una corda.

Persino al lavoro le cose erano cambiate e se n’erano accorti tutti. Per la prima volta i clienti della N&N vendita telefonica di oli essenziali per massaggi tailandesi, trovavano dall’altra parte della cornetta una voce squillante e cordiale che li accompagnava in tutte le tappe dell’acquisto. Niente più strepiti, insulti, sfuriate, cornette sbattute e “usi lo sputo allora se 20 euro le sembra un prezzo troppo alto per due cucchiai d’olio”!In un mese le vendite quasi raddoppiarono e tutti benedissero il cambiamento radicale dell’umore di Mara.

Ma non si trattò solo di un cambiamento d’umore. Fu una vera e propria rivoluzione che neanche le amiche più care riuscivano a spiegarsi. Da un giorno all’altro Mara abbandonò nell’armadio le gonne lunghe fino alla caviglia di lana spessa e i maglioni dolcevita dal grigio topo al marron glacè passando per fumo di londra e sughero alla prima sfogliatura. Al loro posto, come papaveri selvatici che crescono tra le sterpaglie, iniziarono a comparire magliette elasticizzate color ciliegia, gonne sopra al ginocchio color prato appena innaffiato, e canotte, t-shirt, maglioni scollati, pantaloni alla zuava, scarpe col tacco più alto dei soliti due centimetri e mezzo, jeans aderenti, collant fantasia. Insomma, all’improvviso, Mara sembrò scoprire l’arcobaleno e le riviste di moda.

Tra i colleghi uomini iniziò a circolare la notizia che “alla Mara del terzo piano era spuntato un culo tondo tondo e due seni piccoli ma ben torniti venuti fuori da chissà dove”.

Per i corridoi della N&N oli essenziali, iniziò un via vai di impiegati di sesso maschile (e non solo) che volendo saggiare coi loro occhi la novità, si spostavano in continuazione dalla loro scrivania a quella di Mara con le scuse più svariate. “Mi sono rimasti solo post-it gialli ma io memorizzo solo le cose scritte su quelli fucsia, il mio compagno di stanza si è portato a casa il temperino per fare la punta alla sua matita per gli occhi, ho chiuso il nastro adesivo dentro l’ultimo pacco d’oli e l’ho spedito per sbaglio, volevo sapere la ricetta della crema al mascarpone che mi ha detto la Silvia che tu la fai da Dio”.

Ma Mara, che un tempo avrebbe liquidato tutti con un ruggito e uno sbatacchiamento di sedia, trovava sempre la pazienza di dare una risposta gentile, risolvere un problema o scoccare solo un sorriso scintillante. Ma con nessuno si concedeva di più.

Le amiche iniziarono a parlarne tra loro, a confrontarsi, a scambiare le reciproche osservazioni.

Per il bene della Mara, naturalmente, era il caso di indagare. Ci fu un giro di telefonate e venne fissato un giorno per l’elaborazione del piano.

 Stilarono una lista delle cose a cui la loro amica non sarebbe mai stata in grado di dire di no,  e se le distribuirono equamente. Ognuna infine si prese un giorno della settimana.

La Sara si prese il lunedì al bingo.

La Pina pretese l’aperitivo del martedì all’enoteca siciliana.

La Carla fu scelta per la commedia romantica del mercoledì.

L’Elena il concerto di musica sinfonica del giovedì.

La Piera i maccheroni con la pajata del venerdì.

E per ultima, la Teresa, la serata di balli latinoamericani all’associazione single per scelta.

Per la domenica era stato fissato il confronto dati e elaborazione del verdetto. Il copione venne rispettato alla perfezione. Una dopo l’altra telefonarono all’amica la mattina del giorno che gli era toccato. Una dopo l’altra annotarono la riposta e la scusa ricevuta.

La domenica, si ritrovarono con una sfilza di rifiuti accompagnati dalle più fantasiose quanto palesemente false motivazioni.

Il lunedì l’oroscopo preannunciava luna nera sul segno delle vergini e vietava solennemente qualsiasi attività richiedesse una dose minima di fortuna.

Il martedì il medico da cui era stata proprio il giorno prima le aveva trovato il fegato ingrossato e sconsigliato categoricamente di ingerire alcool e dolci.

Il mercoledì gli occhiali si erano frantumati sotto le sue scarpe col tacco a spillo nuove di zecca, mentre si allenava a portarle nel corridoio di casa, e non c’era verso di farseli aggiustare prima di una settimana.

Il giovedì un mal di testa, sicuramente legato alla previsione di temporali in arrivo sentita al tg, le avrebbe impedito di apprezzare a pieno la musica.

Il venerdì l’acidità, causata dalle medicine contro il mal di testa l’avevano tenuta sveglia tutta la notte.

Il sabato, le scarpe nuove, durante la rottura degli occhiali le avevano procurato una tale storta pari solo a quella riportata a 12 anni mentre giocava a “campana” nel cortile della scuola.

Dal confronto delle scuse, le amiche furono concordi nel ritenere che dopo il terzo giorno la Mara le avesse scoperte e avesse collegando le scuse le une alle altre per attribuirgli maggiore credibilità. Ma le amiche non si lasciarono fuorviare, il verdetto fu uno e indiscutibile: la Mara doveva aver trovato un uomo.

Mentre si arrovellavano per elaborare un piano che costringesse la loro amica a uscire allo scoperto, vennero interrotte da una telefonata. La Mara le invitava a cena per la presentazione.

Le amiche furono così sorprese che non riuscirono a trattenere le lacrime, chi per invidia, chi per vera gioia.

La Mara da parte sua aveva sofferto a dover tenere per sé un sentimento tanto agognato e ormai quasi non più sperato. Le telefonate delle amiche, giorno dopo giorno avevano rafforzato dentro di lei la consapevolezza che il momento era arrivato. Le condizioni erano mature perché avvenisse la presentazione ufficiale.

Passò una notte su internet a studiare il menu’ più originale e raffinato, due pomeriggi a sfogliare riviste di arredamento per scegliere la tavola meglio apparecchiata, e 6 ore nel suo negozio di fiducia per trovare la mise più adatta.

Alla fine scelse il giorno in cui il sole brillava alto sulla vita delle Vergini e fissò la data.

Le amiche si diedero un appuntamento mezz’ora prima del previsto, sotto casa della Mara per concordarsi sui segnali di giudizio. Arrivarono alla porta con le mani sudate e tremanti, a turno si passarono la bottiglia di Fragolino, terrorizzate di vedersela scivolare tra le dita.

Al secondo trillo di campanello la porta si aprì, e le amiche rimasero così stupite che le loro mascelle si contorsero in un unico grande schiocco che sembrò un fuoco d’artificio.

Invece di trovarsi davanti la solita vecchia Mara con la sua tintura fatta in casa, i jeans a vita alta e le camice di seta a fiori, si trovarono davanti alla nuova Mara, con le meches rosso fuoco, un tubino nero che evidenziava forme mai viste prima e sollevata da terra da 10 centimetri di decolté color del sangue. Riportate a posto le loro mascelle varcarono la soglia e si trovarono dentro una pagina di AD. Tutto in quella casa sembrava avvicinarsi più ad una fotografia che alla realtà. Divani di pelle nera, pouf leopardati, lampadari a forma di sfere giganti e una tavola a scacchi di madreperla apparecchiata con piatti romboidali di porcellana, tripli bicchieri e quadruple posate.

Il turbamento causato da tanta meraviglia fu sostituito da una smorfia che modellò un punto interrogativo sui loro volti. La tavola era apparecchiata per sette. A capotavola, nel posto che sarebbe dovuto spettare di diritto all’ospite d’onore nonché unico rappresentante del sesso forte, troneggiava un supporto di legno.

All’unisono il punto interrogativo si sciolse in un’esclamazione stridula.

-         Non dirci che non viene!

Per un attimo il tempo si fermò, i veti vibrarono così come il cristallo dei bicchieri. Un quadro più debole degli altri non ce la fece e scivolò giù per terra lasciando un’impronta sul parquet che sarebbe stata scoperta da Mara la mattina dopo accompagnata da irripetibili bestemmie.

Ma la padrona di casa non si scompose, non un solo capello mechato si spostò dalla collocazione che litri di lacca fortemente inquinante gli avevano imposto. Guardò le amiche, fisse, ognuna nei suoi paio di occhi assatanati e rivolse loro il sorriso più enigmatico che avrebbero mai visto finché non sarebbero andate in visita al museo del Louvre.

Fatto questo si voltò e scomparve.

Le amiche rimasero di stucco, così di stucco che non trovarono la forza per dirsi niente. Fu così che quando Mara arrivò con la bottiglia di prosecco per l’aperitivo le trovò sedute al tavolo, immobili come statue. Il colore del loro volto parlava al posto delle loro bocche.

Volevano sapere, pretendevano che venisse rispettato il loro diritto di amiche, troppo a lungo ignorato.

Allora Mara capì che non poteva più procrastinare. Versò il prosecco in sette bicchieri e se ne andò portando con sé la bottiglia vuota.

Questa volta l’attesa fu breve. La padrona di casa tornò con una borsa di coccodrillo scarlatta al posto della bottiglia, che posò sul tavolo e accarezzò con cura come si trattasse della bestia in carne ed ossa. Le sue dita avrebbero indugiato sulla cerniera per notti e giorni se la Pina, rosa dalla curiosità non si fosse fatta andare di traverso l’ultimo goccio di prosecco spremuto dal suo bicchiere ormai vuoto dal primo sorso. Fu per Mara come una sveglia. Con uno movimento secco aprì la valigetta e ne estrasse il contenuto poggiandolo delicatamente sul supporto di legno.

Era un computer portatile bianco laccato su cui rifletteva il vetro dei cristalli proiettando sul muro tanti piccoli arcobaleni. Le amiche furono distratte solo per pochi attimi che servirono a Mara per attaccare la presa e accendere il computer.

Quando le amiche distolsero lo sguardo per riportarlo sul computer si trovarono faccia a faccia con l’uomo più bello che avessero mai visto. O meglio, col volto, il collo e un a parte di spalle dell’uomo più bello che avessero mai visto. I capelli erano color del grano baciato dal sole, gli occhi come due smeraldi incastonati in un serpente d’oro. I lineamenti erano così proporzionati da sembrare progettati con autocad.

Gli uccellini cinguettarono e un profumo di fiori d’arancio riempì la stanza. Il battito dei sei cuori accelerò a tel punto che sotto le magliette parve rimbalzare una pallina da ping pong. L’incantesimo sarebbe durato a lungo se Mara, indispettita, non avesse battuto le mani a ripetizione come si fa per scacciare un animale indesiderato.

A quel punto i cinque visi si voltarono con un unico movimento.

-         Ma cosa.. come… chi… quando…

Mara si sedette al suo posto, armeggiò sulla tastiera del computer e dalla bocca dell’uomo più bello del mondo uscirono frasi così belle che l’incantesimo si ricostituì.

Man mano che l’uomo più bello del mondo parlava, le amiche avvicinavano le sedie allo schermo, di più, sempre di più, fino a che le loro teste non si scontrarono.

-         Adesso basta. Lo spengo! Non vi state proprio regolando! E tu pure, la smetti?

Per la rabbia staccò la spina senza pensare alle conseguenze. Il volto dell’uomo più bello del mondo si dissolse nel nero dello schermo.

A quel punto, Mara andò in cucina e servì la cena. Le amiche però, nonostante le portate emanassero profumi inebrianti, mangiavano controvoglia. Continuavano a mandare occhiate ansiose verso lo schermo rimasto sollevato, con la speranza di vedere ancora una volta quello sguardo posarsi su di loro, come se non ci fosse nessun altro nella stanza.

Allora Mara capì che era arrivato il momento di raccontare.

E allora raccontò di quel annuncio comparso sul giornale. Quell’annuncio si appellava a tutte le single stanche di esserlo, parlava della possibilità di trovare l’uomo perfetto, creandolo a proprio piacimento. Tutto quello che avevano sognato nel buio delle loro stanza, tutto quello che avevano desiderato negli anni passati accanto a uomini scostanti, distratti, egoisti, poteva diventare realtà. Il tutto in cambio di una rata mensile prelevata direttamente dal proprio conto.

E così Mara si era lasciata tentare e da quel momento la sua vita non era stata più la stessa. Creare il suo uomo ideale era stato facile persino per una come lei che sul computer a malapena riusciva a usare la calcolatrice. Infervorata dall’entusiasmo, incoraggiata dagli sguardi di ammirazione delle amiche corse a prendere la guida rossa. Il libro magico che conteneva le regole di installazione e utilizzo del programma “crea l’uomo per te”.

Non appena Mara rientrò nella stanza e vide gli sguardi bramosi delle amiche fissare con cupidigia il libretto, si pentì, ma era troppo tardi. La Pina con uno scatto felino le strappò la guida dalle mani, Sara lo strappò alla Pina, Carla a Sara, Teresa a sua volta e Elena e Piera. Mara si trovò con un groviglio di amiche che si rotolava sul suo tappeto persiano nuovo di zecca travolgendo nella loro furia i preziosi ninnoli pagati coi suoi risparmi. Ma ancor prima dei ninnoli veniva la preziosa guida da salvare dalle grinfie delle streghe. Così Mara pensò e pensò osservando la sua nuova casa andare in pezzi, poi, le apparve la soluzione. Cercando di schivare le unghiate, i calci, i morsi e le gomitate corse al computer e riattaccò la spina. La voce soave dell’uomo ideale invase la stanza e di colpo, il groviglio si sciolse e le sei amiche ripresero le loro identità corporee. Si risollevarono lentamente, cercarono di riaccostare i lembi delle giacche stracciate, le gonne a brandelli, i pantaloni sfondati. Si passarono le dita tra i capelli, recuperarono fermagli ed elastici volati ai quattro angoli della stanza. Quando si sentirono di nuovo a posto, si voltarono verso lo schermo e senza parlare fissarono gli occhi color smeraldo. Ma la calma durò poco. Senza alcun preavviso, tutte e sei scattarono come un lampo e si lanciarono sul computer, ricostituendo il groviglio sopra di lui. Mara fu incapace di reagire. Si sentiva come immobilizzata dalla paura di quelle belve che si erano impossessate dei corpi delle sue amiche. Dal groviglio iniziarono a volare tasti, fili elettrici, piastre di metallo, brandelli di schermi, pezzi di alimentatori, viti, bulloni e microchip. Ma il groviglio continuava a girare vorticosamente inghiottendo tutto quello che incontrava al suo passaggio. Quando la lampada a forma di sfera pagata quanto una vacanza ai Carabi si tramutò in una montagnetta di vetri in frantumi, Mara temette per la sua incolumità personale. Corse in bagno, riempì d’acqua ghiacciata la bacinella più grande che aveva e a fatica la trascinò fino alla sala. A quale punto metà del suo contenuto si era rovesciato lungo il percorso e la bacinella era diventata più leggera. Mara la sollevo scagliandola contro il groviglio. La doccia ghiacciata ebbe l’effetto di un gong. Le amiche tramutate in furia si smembrarono per tornare alle loro individualità. Erano nude e coperte di graffi e ferite sanguinolente. Rimasero in piedi con le braccia lungo il corpo e gli occhi sbarrati. Mara corse a prendere coperte e disinfettante. Si prese cura di ognuna di loro come una brava mamma. Le medicò, le nutrì, le coprì e le mise a dormire, chi sul divano di pelle nero, chi sul futon aperto sul tappeto, chi nella camera degli ospiti. Solo allora, potè andare a riposare lei stessa. L’indomani avrebbe pensato a sistemare tutto, le amiche l’avrebbero aiutata.

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Amnesia Usb - Ultima parte «

lunedì, 24 settembre 2007 - In ---> «

Quando un gruppo di stagisti più scapestrati osò poi per scherzo nascondere una delle sue pennette, rischiò il linciaggio, a stento fu evitata la tragedia. La metamorfosi non si verificò infatti, solo sul piano lavorativo ma anche su quello personale. Sandro che sempre stato un collega modello, umanamente presente, sempre pronto ad una parola di sostegno, a dare una mano a chi si trovasse in difficoltà, iniziò ad allontanarsi da tutti, persino dai colleghi più anziani per i quali la società era ormai una famiglia. Iniziò a non imparare i nomi degli stagisti nè quelli dei colleghi più giovani, fino a fare confusione persino con quelli dei più anziani. Lui che era considerato la memoria storica della società aveva dimenticato aneddoti e episodi legati ai primi anni del suo lavoro, entrati ormai nella storia, e che fino a quel momento non si era fatto mai pregare per raccontare. Perseguitato dall’ansia di perdere anche solo una delle sue pennette o di rovinarle, le portava sempre con sé appese al collo. La cosa si aggravò quando allo stagista americano successe che dal nulla la sua pennetta di cancellasse e divenisse impossibile recuperare i dati contenuti al suo interno. Sandro, saputo l’accaduto, fu perseguitato da incubi notturni che lo convinsero ad ordinare un altro stock di pennette con cui fare almeno tre cloni di quelle già esistenti. Fu così che quell’ordine che Sandro aveva inseguito per tutta la vita iniziò a incrinarsi. Nelle pennette della vita personale iniziarono a comparire contaminazioni dei fatti di attualità, nel lavoro le schede di lettura dei suoi libri e così via. Sempre più spesso accadeva che Sandro di perdesse durante una riunione, facesse osservazioni fuoriluogo e assolutamente senza senso. Alcuni colleghi, quelli a lui più vicini, cercarono di farlo ragionare ma ottennero solo farneticazioni e risposte sgarbate. Nessuno riconosceva più in quell’uomo trasandato e irascibile, il Sandro di una volta, con le sue pile di agende ordinate sulla scrivania, le sue camicie sempre stirate e i suoi consigli puntuali e precisi. Ma l’episodio che rimase più impresso nella mente dei colleghi, fu quando, durante una riunione uno dei nuovi arrivati che sedeva accanto a Sandro diede una gomitata alla sua matita facendola cadere a terra, e rotolare sotto il tavolo. Persino il capo si ammutolì. Tutti gli sguardi seguirono il tragitto che percorse la matita ormai spuntata fino a che non si arrestò contro il battiscopa e poi si voltarono all’unisono verso Sandro che, noncurante, tamburellava con le dita sul tavolo e lanciava occhiate spasmodiche verso l’orologio appeso alla parete. Semplicemente non aveva sentito. Ipnotizzato dalle lancette dell’orologio, fremente dal desiderio di precipitarsi a registrare quanto appreso nell’ultima mezz’ora, era rimasto insensibile al tonfo leggero che sin dall’infanzia aveva suonato per lui come un gong. Fu lì che i colleghi capirono una volta per tutti che qualcosa di irreparabile era accaduto nella mente del loro amico e compagno.

Fino a quando le loro paure si avverarono nella loro forma peggiore, un giorno Sandro non si presentò in ufficio. I colleghi pazientarono, ipotizzarono le cause più svariate ma al terzo giorno di assenza cercarono il numero dell’unico parente che Sandro avesse mai nominato, una cugina che abitava in una città lontana e che disse di non avere sue notizie dal Natale precedente. A quel punto i colleghi si preoccuparono seriamente e denunciarono la scomparsa alla polizia. Passò una settimana  prima che Sandro venisse ritrovato in una piazza, irriconoscibile. Con la barba lunga e gli abiti sporchi, non ricordava neanche il suo nome ma ripeteva a memoria, come una tiritera tre lettere “Usb”, “Usb”, “Usb”.

Il medico consigliò che Sandro venisse ricoverato e sottoposto ad una sorta di “riabilitazione mentale” simile a quella dai pazienti colti da amnesia improvvisa. Dentro ad una delle pennette fu trovata una mappa che segnalava vari punti della casa e dell’ufficio. Erano i nascondigli in cui Sandro aveva disseminato tutte le altre, ma probabilmente aveva dimenticato il punto in cui aveva nascosto proprio quella. Quando i colleghi chiesero alla polizia dove avessero trovato quell’unica pennetta, gli fu risposto che Sandro la portava sul petto nudo, legata intorno al collo con un laccetto sdrucito.

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Archiviazione - Sesta parte «

mercoledì, 25 luglio 2007 - In ---> «

Quando le pennette arrivarono con ben due giorni di ritardo dalla data prevista, Sandro chiese un giorno di permesso per trasferire tutti i dati dal computer alle pennette. Gli avevano detto che esistevano memorie esterne così potenti da poter contenere tutti i file contemporaneamente ma il fatto di tenere tutti gli argomenti ben separati gli dava un maggior senso di ordine, lo stesso senso di ordine che voleva mantenere nella sua vita. Fu così che Sandrò iniziò ad abbandonare le agende o ad utilizzarle unicamente per il lasso di tempo necessario prima di trasportare qualsiasi suo dato nella pennetta stabilita. In un primo momento gli sembrò terribilmente freddo e impersonale il rapporto con quegli oggetti assolutamente aleatori ben lontani dall’affidabilità e dalla sicurezza dei fogli di carta e degli archivi, ma poi lentamente tutti notarono in lui il cambiamento. Invece di andare in giro con la sua inseparabile agendina infilata nel taschino della giacca, prese l’abitudine di girare con un palmare che gli avevano regalato i colleghi per i trent’anni di servizio e che aveva lasciato per mesi abbandonato in un cassetto. Tutti fecero caso alla smania che lo pervadeva quando, passato un certo momento dall’inizio di una riunione o dall’acquisizione di un’informazione importante, non era ancora potuto correre a metterla in salvo in una delle sue pennette. Chiunque avesse lavorato accanto a Sandro per più di qualche ora non avrebbe potuto negare una maniacalità che fino a quel momento era stata però considerata inscindibile dalla sua perfezione sul piano lavorativo. Ma ultimamente le cose erano cambiate. Tale era la dipendenza che quegli oggetti avevano instillato nella mente di Sandro che non si sentiva più sicuro di formulare un pensiero, un progetto senza prima consultare i medesimi pensieri che lui stesso aveva formulato precedentemente e registrato nella pennetta. I problema si fece sempre più serio. Era come se Sandro non si fidasse più di se stesso ma solo del se stesso che proveniva dalle sue memorie usb. Era come se si svuotasse riempiendo le sue memorie esterne. Ma nell’atto si riempirle i dati non si limitavano a copiarsi ma si cancellavano da lui per entrare in loro. I colleghi più giovani iniziarono ad additarlo nei corridoi, ad approfittare della sua distrazione e canzonarlo.

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La pennetta - "Amnesia USB" Quinta parte «

lunedì, 21 maggio 2007 - In ---> «

Il giovane fu felice di poter rispondere, e nel suo italiano sbilenco, che si trattava di una “pennetta usb”, una specie di memoria da borsetta che permetteva di portare sempre in tasca una mole inimmaginabile di dati. Nel sentire quelle parole gli occhi di Sandro brillarono come quelli di un Barbagianni che avvista un topolino. “Sempre in tasca”. “mole inimmaginabile di dati”. Brandelli di frasi con le vocali sbagliate e le consonanti sputacchiate gli vorticavano nel cervello. Rassicurato dalla reazione ottenuta il giovane andò avanti nella sua spiegazione. Pareva che in america, dove le prodigiose pennette erano diventate un oggetto di culto come le big bubble, persino le analisi del sangue o le radiografie venissero passate in formato digitale così che ognuno le potesse avere sempre con sé per ogni evenienza. A quelle parole si spalancò un portone nella mente di Sandro. Scaffali e scaffali di agende ingiallite si trasformavano in piccoli pesciolini di plastica e acciaio. La potenzialità di questi marchingegni era infinita. Sandro ringraziò lo stagista e corse nel suo ufficio a digitare “pennetta usb su google”. Con sua grande sorpresa scoprì quanto fosse già esteso il mercato delle memorie esterne. Senza badare a spese ordinò cinque pennette da cinque diversi rivenditori americani. Attese trepidante i dieci giorni previsti per la consegna e nel frattempo stese un elenco di tutto il materiale che poteva riversare dentro quelle miniere di memoria. Decise quindi che in un primo momento ne avrebbe creato una per le sue questioni personali, una per il lavoro, una per l’attualità e i giornali e una per i suoi interessi generici. Fino a quel momento Sandro aveva archiviato articoli di giornale, pagine stampate da internet, materiali raccolti per strada, volantini, lettere, in enormi faldoni cartacei. Nei dieci giorni di attesa, col valido aiuto di tre scanner e tre computer, passò tutto il materiale cartaceo sul computer.

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Post-it - "Amnesia Usb" Quarta parte «

mercoledì, 09 maggio 2007 - In ---> «

Arrivata l’ora di chiusura della cartoleria, Sandro tornava a casa col suo sacchetto in più, riscaldava gli avanzi di una cena preparata all’inizio della settimana e rigorosamente divisa in sette parti. La seconda passione di Sandro erano i post.it. Piccoli, medi, grandi, giganti, pastello fluo o giallo classico ognuno aveva una sua funzione ben precisa. I verdi e i blu erano i suoi preferiti mentre ai rosa e ai lilla attribuiva i compiti più umili. Era, memorabile la frase che Sandro ripeteva come un rituale a tutti i novo arrivati: “ per fare un buon lavoro, tu non ci crederai ma la cosa più importante sono i post it”. E allora, per farlo contento nell’ufficio si faceva largo uso di post it. Non c’era schermo di computer che non fosse incorniciato da una collana variopinta di foglietti colorati stratificati nel tempo. C’era chi ormai aveva persino abbandonato l’utilizzo delle agende perché trovava molto più comodo tenere costantemente sotto gli occhi le urgenze della giornata. Ma i foglietti appiccicosi non avevano solo un ruolo fondamentale nella vita lavorativa di Sandro, ma anche in quella privata. Ogni mattina, prima di entrare in ufficio Sandro faceva tappa dal giornalaio e mentre sorseggiava il suo cappuccino chiaro o cappuccino light appollaiato sullo sgabello del suo bar di fiducia, sfogliava il quotidiano attaccando un post it negli articoli che avrebbe letto poi durante la giornata. Ogni articolo scelto, in base all’importanza, all’interesse e ad altre caratteristiche non chiare a tutti, veniva contrassegnato con un post-it di un colore preciso. Nella era mai lasciato al caso nella vita di Sandro.

Un giorno vide attaccato al computer di un giovane stagista americano, un curioso oggetto a forma ovale. Sandro diventava terribilmente timido davanti alle persone con cui non aveva confidenza, fosse anche un giovane sbarbatello che parlava italiano come Heter Parisi, così, attratto dalla lucetta verde che lampeggiava sulla punta dell’oggetto ovale, girò quattro volte intorno alla scrivania dello stagista prima di trovare il coraggio di formulare una domanda.

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La fobia della matita per terra - "Amnesia USB" terza parte «

mercoledì, 02 maggio 2007 - In ---> «

I fratelli sostenevano che Sandro fosse l’unico ad aver ereditato la passione della madre che temperava spasmodicamente le punte delle loro matite colorate perché considerava una profonda vergogna che i suoi figli si presentassero a scuola con le matite spuntate. La madre inoltre puniva la caduta di una matita per terra più di una vera malefatta. Il rumore del legno che rotolava sulle mattonelle della cucina, le faceva accapponare la pelle e attorcigliare i nervi. Il colpevole di una tale atrocità veniva costretto a sostituire la madre nella tempera delle matite degli astucci di tutti i fratelli e se qualche punta non raggiungeva il grado massimo di appuntatura, veniva successivamente costretto a occuparsi di tutte le matite della casa.

La fobia della matita per terra, Sandro se l’era portata dietro fin dentro il suo ufficio e l’aveva diffusa come una malattia letale e incurabile a tutti i colleghi. La maggior parte, per eliminare l’ansia dalle loro giornate avevano sostituito tutte le matite di legno con i porta mine. Ma qualcuna delle vecchie matite gialle con la gomma sulla testa finiva sempre per infilarsi nel portapenne del più distratto e quando il rumore del legno che rimbalzava sul pavimento supercerato dell’ufficio si infilava tra il ticchettio dei tasti e lo squillo del telefono, il tempo si fermava. Tutte le teste si voltavano nella direzione della scrivania di Sandro e i cuori acceleravano il battito in attesa della REAZIONE. Il solito distratto restava immobile, privato delle forze di inchinarsi e raccogliere la malcapitata, la sua fronte si imperlava e il respiro si amplificava nella stanza. Sandro si schiariva la voce, si alzava lentamente dalla sedia e andava dritto, senza esitazioni al punto esatto in cui la matita era rotolata. Poteva trattarsi del centro della sala come dell’angolo dietro il gettacarta. Poi si inchinava, raccoglieva la matita e controllava la punta. A quel punto i cuori e i respiri si fermavano e aspettavano il verdetto. Se la punta restava tra le dita grassocce di Sandro, veniva interpretato come un cattivo presagio e l’umor nero e l’ansia di un cattivo evento accompagnavano il termine della giornata di lavoro. Qualcuno più sensibile o più scaramantico si portava la cupezza fin dentro casa sua e la trasmetteva ai suoi familiari, a tal punto che la “caduta della matita” veniva accomunata, nelle famiglie dei colleghi di Sandro, ad altri affermati segni di sfortuna come passar sotto la scala, cenare in tredici o rompere uno specchio.

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La punta perfetta - "amnesia USB" Parte seconda «

lunedì, 23 aprile 2007 - In ---> «

La Cartoleria era il tempio del temperalapis, la reggia della rubrica telefonica, il paradiso dell’organiser. Dal momento in cui Sandro varcava la soglia e si trovava circondato dalle cose che più amava al mondo, respirava a pieni polmoni il profumo della carta fresca e si riempiva lo sguardo dei colori dell’arcobaleno. Passava un’ora esatta ad accarezzare le copertine lucide dei diari scolastici o quelle vellutate delle agende in pelle, a provare la mina delle matite sui fogli di diversa grammatura, e a scegliere un nuovo blocco per gli appunti. Ma la passione più grande di Sandro era quella di temperare le matite. Nel suo studio aveva un cassetto interamente dedicato ai temperini. Convinto assertore dell’importanza della punta perfetta, non si stancava mai di temperare e ritemprare le stesse matite nell’angosciosa speranza di tenerle sempre perfettamente appuntite. La proprietaria della cartoleria lo teneva informato sull’uscita degli ultimi modelli di temperamatite, ma fino a quel momento nessuno aveva raggiunto i livelli del so caro e vecchio Fabbri comprato tanti anni prima in una piccola cartoleria di Venezia. Sandro si era convinto, dopo studi approfonditi che quello che faceva la differenza in un temperamatite non fosse la qualità della lama ma la sua collocazione all’interno della struttura e soprattutto la distanza che la punta manteneva dalla lama. L’unico temperamatite che rispettava il perfetto equilibrio era proprio il vecchio gioiello di plastica rossa, conservato come un cimelio a cui Sandro ogni mese cambiava la lama, con un vero e proprio trapianto chirurgico. Come donatori utilizzava quegli ultimi modelli tanto vantati dalla cartolaia che non passavano mai la prova punta perfetta.

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Amnesia Usb - Prima parte «

martedì, 17 aprile 2007 - In ---> «

Sandro era un maniaco delle agende. Ne aveva una per ogni progetto della sua vita. E considerato che faceva molti progetti, si può tranquillamente dire che Sandro era uno che teneva molte agende. Naturalmente non tutte venivano riempite fino all’ultimo foglio, anzi. Il punto era che non appena un nuovo progetto, con tutte le sue possibilità, scartate o prese in considerazione, si affacciava alla sua mente, Sandro correva a comprare una nuova agenda dove mettere tutto al sicuro. Dopo otto ore di duro lavoro, con gli occhi ardenti per aver troppo fissato lo schermo di un computer, Sandro non correva al bar più vicino a spegnere la stanchezza in una bionda doppio malto, né si tuffava in una vasca d’acqua bollente all’aroma di pino, tantomeno infilava le scarpe da tennis per sputar via il peso di una giornata in un lago di sudore. Nulla di tutto questo. Sandro, col suo passo svelto e le sacche piene di scartoffie, girava l’angolo e, sampietrino dopo sampietrino, arrivava alla Cartoleria.

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Mi chiamerò sciamano «

venerdì, 30 marzo 2007 - In ---> «
fox
Ogni notte mi addormento col profilo della tua schiena mentre osservi l'orizzonte in una notte d'agosto e il maestrale ti solleva le orecchie che sembra sempre che spiccherai il volo come Dumbo, con l'umido dei tuoi baci sulla faccia inaspettati perchè eri uno a cui le smancerie non piacevano tanto. Mentre faccio una cosa qualunque, all’improvviso, sento il ticchettio delle tue zampe sul parquet, come quando nel silenzio della casa ti precipitavi giù da un letto perché sentivi un rumore e sapevi che non ci dovevi stare, sui letti, eppure ti piaceva tanto e ti ci mettevi bene, con la testa sul cuscino come ci vedevi fare. Dal nulla, sullo schermo bianco del mio pc si proietta la tua espressione indispettita, seduto dritto sul tuo tappeto, mentre osservi con la coda dell’occhio qualcuno che si è seduto sulla tua poltrona, per errore, e appena si alza, anche solo si solleva per prendere un bicchier d’acqua tu sei già lì, acciambellato, esteso per coprire tutta la superficie disponibile e fingi di dormire, come se non fosse successo nulla.
Sono sette anni che non ti vedo più tutti i giorni. Sette anni che per guardarti quando mi manchi sono costretta a sfogliare vecchie foto, sette anni che sento comunque la tua mancanza perché non ti ho con me quando vorrei. E quindi forse il dolore potrebbe sembrare meno dolore e il vuoto meno vuoto, ma non è così, non per me. Per anni sono andata nelle ville e nei parchi di Roma a guardare i cani degli altri e a pensare a come sarebbe stato bello averti con me. Non averne uno anche io, ma avere te. Perché per sette anni ho saputo che tornare a casa voleva dire ritrovarti dietro la porta ad abbracciarmi col tuo abbaio potente da capobranco, a riempirmi di peli bianchi i maglioni neri, peli bianchi che spesso mi ritrovo anche qui, al di là del mare a distanza di giorni e settimane da quell’incontro. E adesso non è più così. Adesso ti guardo dietro lo schermo che mi fissi coi tuoi occhi così belli e così neri che sembrano truccati con il Kajal, mi osservi come hai fatto mille volte smanioso di uscire per sfogare la tua energia e correre come piaceva a te, perdendoci per poi sempre ritrovarci, e il mio stomaco si attorciglia come si fa per gli asciugamani raggiunti dalla risacca, e netta ho la percezione del vuoto. Dicono che col tempo tutto passi, i dolori scoloriscono e i vuoti si colmino. Dicono che nessuno sia indispensabile e insostituibile. Dicono tante cose ma non sempre sono vere e non per tutti allo stesso modo. Ci sono cose che non ritornano, alchimie che non si ricreano e sensazioni forti che non si provano più.
Nessuno mi restituirà il suo sguardo, la tua voce o le tue abitudini. Nessuno la tua schiena protesa a farsi grattare, il rumore della tua lingua, il rumore del tuo respiro o il tuo sbuffo quando mi vuoi allontanare o la rabbia perché scappavi sempre e non ubbidivi mai, e la tua indipendenza, il menefreghismo quando non ti alzavi neanche dalla poltrona per salutare, o la tua espressione colpevole quando frugavi nella spazzatura o rubavi qualcosa.
Ho fatto il biglietto per tornare a casa, e ne farò altri nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Ma la mia casa sarà meno casa senza di te, questa volta il maestrale ha soffiato più forte in un giorno di inizio primavera.
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giovedì, 22 marzo 2007 - In ---> cosa farò da grande «

 

Luisa non aveva mai avuto dubbi. Da grande sarebbe stata in televisione. Non come attrice, modella, ballerina, come molte bimbe della sua età, ma sarebbe stata in televisione. Nessuno era mai riuscito a ottenere una spiegazione più precisa. Neanche il padre che pure andava tanto orgoglioso di questa sua figlia così enigmatica e pretenziosa.

Fin dalla prima elementare, la sua determinazione rimase ferrea. Voglio essere in televisione, nulla di più nulla di meno. Il padre la iscrisse a tutti i provini che trovava in circolazione, ma ogni volta, otteneva lo stesso risultato. Quando arrivava il suo turno, Luisa spariva, si volatilizzava, per ricomparire solo quando la lunga fila all’entrata si era ridotta a un mucchio di cartacce. Erano state inutili le sgridate, le punizioni e persino qualche schiaffo. Luisa aveva mantenuto la medesima condotta per tutti i provini in cui il padre aveva continuato a trascinarla.

La madre soffriva in silenzio davanti all’ostinazione di padre e figlia, chiedendo per la sua bambina una vita normale, con bambole e cartoni animati. E invece la sua bella bimba coi riccioli rossi le pupille smeraldo, voleva in dono solo televisioni. Grandi, piccole, portatili. Televisioni da tutte le parti e nient’altro.

Ogni tanto la madre tornava a casa con qualche bambola superaccessoriata, pupazzi parlanti, teste da pettinare con capelli veri, scrigni che racchiudevano mondi, miniature di fate e folletti, animaletti di plastica e peluches, barbie coi capelli frisè, bambolotti che facevano la pipì e quant’altra novità proponesse il mercato. Ma Luisa, scartava il pacco sgargiante con finto interesse e malcelata impazienza. Liberava l’oggetto in questione dall’involucro di plastica, fingeva di giocarci per non più di un quarto d’ora e poi lo abbandonava su una pila sempre più alta di suoi simili. Ogni volta che un’amichetta andava a trovarla, usciva di casa con una bambola sottobraccio, gentile omaggio della generosa padroncina di casa. La madre di Luisa assisteva con impotenza e lentamente iniziò a diradare le sue visite ai negozi di giocattoli per preferire quelli di elettrodomestici. Le bambole vennero sostitute da televisioni di tutte le misure, forme e dimensioni.

Le amiche di Luisa, rimasero molto deluse dall’improvvisa scomparsa della pila di giocattoli nuovi, seccate di dover uscire dalla casa delle meraviglie senza nessuna bambola sotto braccio, annoiate da tutti quegli schermi inutili di cui non sapevano che fare e così iniziarono a disertare gli inviti fino a non presentarsi più. Ma Luisa non sembrava soffrire della mancanza di amiche in carne ed ossa, perché ne aveva tanti dall’altra parte dei suoi schermi. Il momento della giornata che preferiva era quello in cui la madre usciva a fare la spesa e la lasciava a casa sola, libera di accendere in contemporanea tutte le sue televisioni e lasciarsi trasportare dai mille suoni e dalle mille immagini.

Contemporaneamente Luisa era a cavallo di Furia col vento che le scompigliava i riccioli rossi, sulla punta del Titanic stretta a Di Caprio, dietro i fornelli de La Prova del cuoco, a Cabot Cove a indagare sui misteri di una simpatica comunità di campagna, tra le coperte di seta di un castello fantastico, in fondo al mare su un letto volante o su un’astronave diretta verso Marte.

Per quale ragione al mondo avrebbe mai dovuto sentire la nostalgia di un gruppo di bimbette mocciose, attratte dai pannolini da cambiare, teste da pettinare, piatti da lavare o abiti da stirare?

Quando i genitori erano in casa doveva rinunciare a tenere tutte le televisioni accese insieme perché le volte che l’avevano scoperto, gliene avevano sequestrate sempre una in più. Certo Luisa non capiva come mai i genitori potessero preferire stare ore davanti al medesimo schermo o peggio con gli occhi stanchi sulle pagine di un libro, senza figure, senza immagini. Delle volte entrava in silenzio nella stanza dove il padre leggeva accuratamente il giornale e lo osservava, con la stessa curiosità attonita con cui si contempla un animale esotico chiuso in una gabbia. Proprio non riusciva a capire. Il fatto che il suo Papà riuscisse a stare lì fermo a fissare delle pagine grigie e puzzolenti che gli macchiavano persino i polpastrelli era per lei un vero mistero. Delle volte andava via scotendo la testa, convinta che i suoi genitori dovessero essere in fondo, delle persone molto tristi. Un giorno allora decise di far loro un regalo. Approfittando di un momento in cui entrambi non erano presenti a casa, si mise di buona lena e distribuì i suoi televisori in ogni stanza della casa, riempiendo ogni superficie possibile. Li aspettò con impazienza affacciata alla finestra e quando vide la macchina arrivare nel parcheggio corse ad accendere tutte le televisioni contemporaneamente e sollevare il volume al massimo.

Fu quest’ultima mossa strampalata a far decidere i genitori, a portare la loro figlioletta strana da un medico in grado di restituirla alla normalità. Luisa da parte sua, rimase molto male davanti al fallimento della sua sorpresa e raggiunse definitivamente la conclusione che i suoi genitori non riuscivano a capirla. Tra loro c’era una distanza incolmabile e ogni tentativo di venirsi incontro era inutile e fallimentare. Accetto però di buon grado gli incontri settimanali con la dottoressa che la faceva sedere ad una scrivania, disegnare, parlare e guardare filmati.

In fondo l’aveva visto accadere cento altre volte ai suoi alter ego dall’altra parte dello schermo. Conosceva le mosse a perfezione. Si concentrava sulle risposte, attingendo al magazzino dei suoi ricordi televisivi. La dottoressa, da parte sua era esterrefatta. Una bambina così piccola e già in grado di formulare pensieri così adulti e complicati. Consigliò ai genitori di iscriverla subito a qualche scuola per bambini superdotati. La sua insofferenza nei confronti dei suoi coetanei e della loro dimensione era sicuramente dovuto alla sua intelligenza adulta e supersviluppata che la faceva sentire fuori posto e annoiata. La dottoressa si riservò però il diritto di tenere sottocontrollo Luisa almeno una volta ogni due settimane per farne oggetto di studio.

La bambina, da parte sua, non capiva cosa avesse creato tanto scompiglio nel suo menage familiare, ma essere al centro dell’attenzione era una cosa che le piaceva e così continuò la sua vita indisturbata. I genitori, perplessi ma in fondo orgogliosi, iniziarono a chiudere gli occhi davanti alle sue stravaganze e ad assecondare le sue richieste fuori dall’ordinario. Fu così che il guardaroba di Luisa iniziò a riempirsi di abiti in maschera. Gonne di pizzi e merletti, tute in lattice, mantelli, parrucche, bacchette magiche e spade, ali, corna e forconi, code a punta, orecchie d’asino, trampoli, scarpe colorate, smoking, cravattini e cilindri, costumi di pailettes e bustini di stecche di balene, pistole, archi, copricapo di piume e uncini, bende nere e gonnellini di ossa.

Il suo bagno si trasformò in una sala trucchi da far invidia ai camerini delle star più eclettiche. I primi tempi la madre passava le ore nascosta dietro lo stipite della porta a controllare i giochi stravaganti di quella sua bambina così insolita. Poi lentamente iniziò a passare alla larga dalla sua camera da letto. Era troppo forte l’emozione di trovarla appesa al lampadario con indosso un costume di pelo o strisciare per terra col volto annerito dal tappo di sughero bruciato.

Fu a quel punto che le cose precipitarono. Sentendosi totalmente libera di fare ciò che più le andava, Luisa smise di porsi dei limiti e diede libero sfogo alla sua fantasia. La stanza si trasformò in una giungla di citazioni televisive e cinematografiche. Luisa iniziò a disertare anche l’appuntamento fisso con la dottoressa che provò a lamentarsi ma si scontrò con la volontà ferrea dei genitori di non voler forzare la loro bambina. Genitori che in cuor loro l’accusavano di aver assecondato la stramberia della loro figliola e maledicevano il giorno in cui avevano deciso di darle ascolto.

Luisa nel frattempo era cresciuta e aveva superato l’età scolare. Dopo un paio di tentativi era stato chiaro che la bambina era totalmente inadatta a sedersi in un banco di scuola e rimanere 5 o 6 ore ferma e attenta ad un insegnante che le spiegava cose che per la maggior parte già conosceva. Lei era già stata nell’era preistorica, aveva assistito alla costruzione delle piramidi, aveva visto Gesù morire e resuscitare, aveva osservato Nerone dare fuoco a Roma, avava accompagnato Dante nell’inferno, seduto accanto a Leonardo mentre dipingeva la Giconda, aveva già lottato accanto ai rivoluzionari francesi, aveva visto decapitare Maria Antonietta, e via via fino allo scoppio della bomba atomica e ancora più in là. Era stata sulla luna, nello spazio e nel futuro. Nulla di quello che le poteva venire insegnato dietro un banco di scuola da un maestro imbolsito e annoiato da se stesso, poteva stupirla o smuoverla. Fu così che i genitori di Luisa decisero di prendere un insegnante privato che approfondisse con Luisa gli argomenti che più stimolavano la sua curiosità. Luisa scelse le lezioni di fisica, geografia astronomica, chimica e matematica.

La sua stanza si trasformò in un laboratorio, pieno di alambicchi, provette, microscopi, polveri e pozioni. I genitori intravidero un bagliore nella nebbia e ci si buttarono a capofitto. Assecondarono fino all’ultimo questa nuova stramberia della loro bambina, nella speranza che finalmente si trattasse di un segno concreto della tanto declamata genialità.

Questa sua nuova passione però non escluse mai la televisione, anzi. Gli schermi continuavano ad aumentare nella sua stanza e quelli nuovi a sostituire i modelli più anziani o gli esemplari caduti sul campo dei complicatissimi esperimenti.

Compiuta la maggiore età Luisa chiese ai genitori il regalo più grande. Spiegò che stava lavorando ad un esperimento che avrebbe capovolto il concetto di spazio e tempo e sovvertito le leggi della fisica. Ma per portare a termine gli esperimenti avrebbe avuto bisogno di un laboratorio tutto suo e indipendente dalla casa paterna, e di un fondo da cui poter attingere liberamente, senza dover passare sotto la supervisione dei genitori. In cambio prometteva che avrebbe restituito tutto appena brevettata la sua invenzione che l’avrebbe resa la donna più famosa e importante del mondo.

I genitori ancora una volta, oscillavano tra l’orgoglio per quella bambina così intelligente e ambiziosa e la preoccupazione per la sua stramberia; ancora una volta l’orgoglio ebbe la meglio sulla razionalità e in breve tempo Luisa vide esauditi tutti i suoi desideri.

Coi soldi messi a disposizione dal padre fece costruire un appartamento con le pareti di televisori al plasma, che restavano accesi 24 ore su 24 sintonizzati tutti su canali diversi. Luisa per fare più in fretta girava per la casa su una seda a rotelle telecomandata, dotata di tante cuffie quanti erano gli schermi, per decidere, eventualmente, di isolare un programma che la interessava più di un altro.

I genitori rimasero così impressionati che si pentirono amaramente della decisione presa, ma ormai la loro bambina era maggiorenne e il conto e il laboratorio erano a suo nome e a meno che non avessero deciso di intentare una causa di interdizione, non c’era altro da fare.

Lentamente i contatti tra genitori e figlia si fecero sempre più scarsi fino a ridursi ad una o due telefonate all’anno. Ogni volta Luisa, diventata ormai una donna, li avvertiva che il completamento dei suoi studi era sempre più vicino.

Era passato ormai più di un anno dall’ultima volta che i genitori di Luisa avevano ricevuto notizie dalla loro unica figlia. Ma nessuno dei due aveva mai osato toccare l’argomento. Un giorno la madre, che pur in cuor suo si tormentava come solo una madre sa fare, mentre guardava la sua telenovela preferita, ambientata in un paesino lontano del sud america, ebbe la sensazione di vedere sua figlia passare a tutta velocità sulla sua sedia a rotelle superveloce, in una landa desolata e deserta. Fu quella che ritenne un’allucinazione a convincerla a fare la prima mossa. Prese il telefono e chiamò Luisa. Gli squilli si succedettero lenti e sempre uguali, senza venire mai interrotti da alcuna voce umana. Dopo la decima telefonata del decimo giorno la madre di Luisa chiamò suo marito e gli ordinò di vestirsi e prendere la macchina, dopo cinque anni di telefonate scarse, i genitori sarebbero andati a riprendersi la loro bambina.

Il marito, visto il fuoco della determinazione negli occhi di sua moglie non provò a sollevare nessuna obiezione. Si vestì e tirò fuori la macchina. Arrivati alla porta del laboratorio, sentirono le voci delle televisioni accese che suonò alle loro orecchie come un richiamo familiare che gli diede il coraggio di suonare il campanello. Suonarono suonarono e ancora suonarono. Ma non ricevettero nessuna risposta. La madre si sedette a terra, si infilò le mani tra i capelli e iniziò a piangere tutte le lacrime che si era tenuta dentro in quei 25 anni. A quel punto, il marito infilò le mani in tasca e tirò fuori una chiave ancora imballata nel cellofan.

-         L’ho tenuta sperando di non doverla mai usare.

Detto questo infilò la chiave nella toppa e aprì la porta.

La casa giaceva in un disordine sconvolgente. Polvere, ragnatele, avanzi di cibi precotti, fiale rovesciate, vetri rotti, lattine, cartacce, cadaveri di televisioni smembrate, fili elettrici, schermi sbeccati, videocassette srotolate, cd fatti a pezzi ma nessun segno di Luisa e della sua sedia.

I genitori non si persero d’animo, convinti un primo momento che la bimba si trovasse da qualche parte persa dentro uno dei suoi esperimenti, in un secondo momento che si fosse nascosta per giocargli qualche scherzo, in un terzo momento la preoccupazione iniziò a colorare i loro volti quando balenò il pensiero che la loro bambina potesse trovarsi sommersa da qualche montagna di spazzatura. Le urla di richiamo si fecero via via più disperate e ravvicinate fino a fondersi in un unico grande urlo che sovrastò le voci di 100 televisioni. 

Preso da un raptus di rabbia e impotenza, il padre afferrò dal pavimento barattoli vuoti, pezzi di plastica, bottiglie, forchette e bicchieri e iniziò a lanciarli all’impazzata contro gli odiati televisori.  Interrotta la ricerca, anche la madre di Luisa si unì all’assalto contro le rivali di una vita. Iniziò una tempesta di vetri e pezzi di plastica che ferivano i due genitori dappertutto causandogli ferite sanguinanti.

Ma i due sembravano non sentire il dolore e continuavano a correre da una stanza all’altra senza fare minimamente caso ai vetri che cadevano sempre più grossi e pericolosi.

Le televisioni erano state messe quasi tutte a tacere, ma i due genitori sembravano non riuscire a trovare pace, finché una voce non riempì la furia. Era una vocina flebile, quasi una cantilena. Fu la madre la prima a sentirla e ad attirare l’attenzione del marito. Si fermarono e tesero l’orecchio. Provarono a manovrare con qualche televisore rimasto all’apparenza intatto ma non ottennero risultati, finché non si accorsero contemporaneamente che proveniva dall’alto. Le loro teste si sollevarono all’unisono e restarono come bloccate. In uno schermo piazzato sul soffitto, mentre scorrevano i titoli di coda di un film appena terminato, sullo sfondo dell’Everest innevato, c’era la loro bambina, accoccolata sulla sua sedia automatica che li salutava energicamente. E mentre cercavano forsennatamente il telecomando corrispondente a quel televisore, tra i pochi telecomandi sopravvissuti alla strage, i titoli di coda finirono e furono sostituiti dalla pubblicità di un detersivo.

Da quel momento i genitori videro la loro bambina sempre più spesso. Lei sapeva quali fossero i loro programmi preferiti e cercava di farci una capatina quando poteva.

Luisa non uscì mai più dalla televisione, la sua scoperta aveva realizzato il suo sogno e l’aveva trasformata in una leggenda metropolitana.

Sempre più persone giurarono infatti di aver visto una ragazza su una sedia con le ruote, sfrecciare sullo sfondo di un documentario, dietro le spalle dell’assassino in un film dell’orrore, affianco al conduttore di un varietà, sul palco di un maxi concerto in diretta da una piazza internazionale.

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